L’emergenza coronavirus ha amplificato la nostra dipendenza da internet e il divario digitale tra chi in questi mesi ha proseguito le proprie attività online (lavoro o didattica a distanza), chi lo ha fatto con difficoltà e chi ne è stato escluso. I divari digitali hanno una dimensione territoriale, legata al grado di urbanizzazione. Il diverso livello di accesso alla rete non è solo un problema di capacità di spesa delle famiglie. Il luogo dove si vive, infatti, determina il tipo di connessione di cui si può disporre. E la situazione è diversificata e problematica anche all’interno di un’area metropolitana densamente popolata come quella di Roma.

Le disuguaglianze nella capacità della rete internet si intersecano con le diverse condizioni socio-economiche all’interno del capoluogo e della città metropolitana. Le aree più remote sono quelle meno attraenti per gli investimenti da parte delle compagnie di telecomunicazioni, e di conseguenza le meno dotate di connessioni di rete performanti. Ciascuna di queste connessioni ha ovviamente un costo, tanto che l’utilizzo di internet è fortemente legato all’età e al livello d’istruzione: i laureati fino a 54 anni registrano tassi superiori al 90%, e tra le persone laureate di 65 anni e più l’utilizzo della rete presenta valori pari a quelli registrati per la media italiana (61%).

Le disuguaglianze digitali hanno quindi diverse dimensioni: territoriali, sociali, economiche, generazionali, che si sommano tra di loro e che determinano notevolissime disparità nell’accesso a internet. Portare la banda ultra-larga nei territori che ne sono ancora privi è solo il primo indispensabile passo per affrontare il problema.

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